Sento il borgo muoversi attorno a me, assecondare i miei spostamenti per offrirmi sempre lo stesso lato di sé, un unico punto di vista abilmente pilotato da persone che agiscono nell’ombra, che si nascondono come scarafaggi. Ormai nessuno è più all’oscuro del mio arrivo e ho l’impressione che stiano cercando di nascondere i segni di qualche losca trama. Qui c’è il male ed è molto forte, oggi ne ho percepito ancor più chiaramente la presenza; ora non mi stupisce più che Fitz si sia spinto fino in questo angolo di mondo dimenticato dal Signore. Sono emozionato, ma anche spaventato: sento che è questo il compito per cui mi sono duramente preparato in tutti questi anni. Qui! Adesso!
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Maria era preoccupata, un’altra notte fuori casa ed un altro giorno a dormire chissà dove, ma lui si era da tempo sottratto al suo controllo e lei non aveva la forza di opporsi al suo spirito ribelle. Ogni volta che cercava di fargli delle domande sulle sue giornate o sugli amici, alzava la voce e le rispondeva di farsi gli affari suoi, gridava che lui era libero di andare dove voleva e che lei non poteva legarlo alla sua lurida sottana. Così diceva: “lurida sottana”. Maria si diresse in cucina con le spalle chine, preparare la colazione la aiutava a distrarsi e sopportare. Improvvisamente udì lo scatto della serratura, la porta d’entrata si spalancò e subito si richiuse di schianto. Lei si immobilizzò a fissare il muro del corridoio, davanti alla soglia della cucina passò il figlio con passo rapido e leggero, un’immagine fugace e silenziosa come l’apparizione di un fantasma.
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Un altro urlo, animalesco, come un potente ruggito rabbioso, sempre più vicino. Due metri? Forse meno. Fatica, le gambe si fanno pesanti: un’altra porta, ancora scale. Salto, tre scalini, salto, cinque scalini: due piani, altri due maledettissimi piani. Un tonfo sordo, pesante: il bastardo si è buttato per guadagnare tempo.
«L’ho visto. Non ci molla.» «Spara!» Estrae la pistola senza fermarsi, porta la mano dietro: BANG!
«L’hai preso?» «Che cazzo ne so?!» BANG! Ancora: BANG! Un ringhio. «Forse l’ho rallentato.» «Non lo sento più.» «E’ rimasto su, non ci sta inseguendo.» «Forza, andiamo.» Ultima rampa, ultimi scalini. Piano terra, vedono la porta oltre il corridoio; dieci metri, poi la salvezza.
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L’arrivo improvviso di un inverno lungamente atteso, aveva pulito l’aria e rischiarato le giornate: la temperatura era decisamente fredda, ma il sole rendeva piacevole passeggiare lungo i viali, pattinare in piazza attorno alla statua equestre o sbirciare le vetrine sotto i portici. Pier osservava con distacco i volti sorridenti della gente, sedeva assente sulla panchina al sole, immerso in un mondo interiore fatto d’ombra, attanagliato dai ricordi e dai fantasmi che li popolavano.
Niente nella vita è mai del tutto come appare, pensava, neanche in una fredda giornata di sole; troppe le esoteriche chiavi di lettura, troppi i livelli paralleli fra i quali si snodano i nostri destini. Aveva conosciuto il mondo sotterraneo, con profonda sofferenza; involucri di carne, rivoli di sangue rappreso, sguardi vuoti, il male in lampi d’avorio nel buio... e i sospiri, nella testa e in ogni dove, e le grida, strazianti, agghiaccianti, esplosioni di paura che riempivano l’aria e soggiogavano ogni barlume di coscienza.
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