"Quando l'artista riesce a darmi il personaggio vivente davvero, non so che dargli altro e lo ringrazio.
Mi pare ch'egli mi abbia dato tutto quello che dovea.
"
Luigi Capuana


RACCONTI PUBBLICAZIONI LIBRI INEDITI RECENSIONI


LE RECENSIONI DI LAGUNA WEB:
Alcune letture, dal 2007 ad oggi...



Zorro - Un eremita sul marciapiede
Margaret Mazzantini
Mondadori (2004)
84 pagine, 6,50 euro
ISBN: ISBN 88804535164

Zorro è un librettino di 60 pagine scritto largo, comodo, veloce, iniziato dopo il decollo da Torino Caselle e finito prima di atterrare all'aereoporto Falcone-Borsellino di Palermo. E' una storia mordi e fuggi, ma il cui morso impiega molti giorni a farsi digerire. Il monologo teatrale che Margaret Mazzantini ha scritto per il marito Sergio Castellitto, altro non è che la storia di un barbone: Zorro, un invisibile contemporaneo, che giorno dopo giorno dalla sua privilegiata posizione rasoterra, adombrata, rincantucciata, osserva il mondo dei normali (i Cormorani, li chiama lui) e in esso si riflette. Il suo presente e il suo passato, i suoi mutevoli stati d'animo e le sue voglie e i suoi granitici ricordi. Libero nelle azioni ma prigioniero nello spirito, Zorro ripercorre la strada di una vita che l'ha inesorabilmente sospinto a fare della strada la sua vita. Non ci sono giudizi morali, condanne o assoluzioni: solo i ricordi, che non lo lasciano mai, impietosi. La sua famiglia, il lavoro e il suo grande amore, il lieve intorpidimento di una vita normale che rifulge di meraviglia solo una volta perduta; Anna e la rassegnazione nel volgere le spalle al presente e fuggire, senza pensare, in un parossismo tragico e cinico e commovente insieme. Si illude di essere libero ora Zorro, di essere felice, ma alla fine del libro, nel lento digerire il gustoso boccone letterario di 2 ore scarse, non sembra meno prigioniero dei Cormorani che gli si affrettano intorno: loro incatenati ai costumi sociali e al consumismo, lui allo spettro di un passato che lo adombrerà forse per sempre.

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La fabbrica dei veleni
Felice Casson
Sperling & Kupfer (2007)
337 pagine, 16,00 euro
ISBN: ISBN 978-88-200-4346-9

Né narrativa, né saggistica, questo libro rappresenta più un memoriale solo a tratti romanzato sulla triste vicenda degli operai morti sul lavoro, per lavoro, di lavoro, negli stabilimenti Enichem e Montedison di Marghera a Venezia. Un memoriale scritto da chi ha vissuto tutta la vicenda postuma, ricostruendo pezzo per pezzo nella posizione di pubblico accusatore il puzzle di decenni di terribili segreti, documentazioni riservate, dolose omissioni e violente lotte di classe. La vicenda riassume 40 anni di ricerche (e seguenti scandali, denunce, insabbiamenti) di quei pochi coraggiosi e lungimiranti medici del lavoro che, con approccio quasi pionieristico, per primi studiarono e denunciarono i pericoli per la salute degli operai dei reparti di lavorazione del PVC-CVM. Una lotta titanica che andava contro gli interessi del cartello mondiale delle multinazionali della chimica, interessato solo e null'altro che al profitto. Felice Casson non è uno scrittore ma è un magistrato, non tesse una trama intricata in un crescendo di suspance come avrebbe fatto un abile giallista, ma si attiene ai fatti per come li ha vissuti: dai viaggi in America, Cina e Inghilterra per cercare di capire una materia per lui nuova, passando per la cronaca dei violenti anni settanta e dei referti ospedalieri, fino ai resoconti delle documentazioni aziendali che testimoniavano la verità: le aziende sapevano ed hanno omesso ai danni degli operai, morti nell'illusione che l'azienda li stesse tutelando al massimo delle sue possibilità. Nessun lieto fine per loro. La vicenda fece scandalo sia per la quantità di vittime e per la gravità della malattia, sia per le sentenze nei vari gradi di giudizio. Ma quel che più invece ha colpito me come lettore, da veneziano, sono gli ultimi capitoli, i passaggi della storia più recenti. Fintanto che si parla del trentennio 1950-70, tutto mi appare ovattato dal tempo: quelle cose non mi riguardano, mi dico, sono passate e alla fine tutto si è risolto. Ma poi arrivano gli anni '80 e '90 ed io mi rivedo al Lido a giocare a calcio con gli amici sulla spiaggia, quando con gli occhi al cielo sentimmo quel forte odore (di gas?) e alzando le spalle ci dicemmo "Verrà da Marghera". Era così, ma non era semplice gas: erano le fuge di CVM cancerogeno di cui in questo libro si parla. E mi rivedo ancora, leggendo, a cena in ristorante a consumare spaghetti con le vongole raccolte forse da pescatori criminali all'imbocco dei canali di scarico delle fabbriche, lì dove l'acqua è più calda e quindi facilita la crescita dei molluschi: vongole tossiche rivendute a prezzi altamente concorrenziali ai ristoranti senza controllo alcuno. In tutto questo flashback, anche negli anni della mia giovinezza gli operai continuavano a morire, perché le loro denunce erano rimaste inascoltate per oltre 4 decenni, continuando a lavorare fra nuvole di CVM senza le adeguate protezioni. E' solo riportando la vicenda nella nostra personale quotidianità che il libro assume una luce diversa. Possiamo associare ad esso per esempio le recentissime vicende degli operai della TysshenKrupp. O, viceversa, possiamo guardare con ottimismo alla nascita dell'Hydrogen Park, la prima centrale elettrica a idrogeno di taglia industriale del mondo che si svilupperà proprio a Porto Marghera su progetto dell'Enel... augurandoci che non si riveli soltanto l'ennesima illusione di Marghera.

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Actarus - La vera storia di un pilota di robot
Claudio Morici
Meridiano Zero (2007)
224 pagine, 8,00 euro (edizione tascabile)
ISBN: ISBN 978-88-8237-158-6

L'opera seconda di Claudio Morici, copywriter e web-cartooner (dopo il suo "Matti Slegati" del 2003) è un romanzo scritto proprio per la mia generazione: i nipoti dei fiori di metà anni '70 cresciuti con i Super Robots giapponesi. E questo libro ci racconta di come Actarus, il mitico pilota di Goldrake, sia cresciuto con noi. Impiegato televisivo dell'Istituto, eroe di milioni di terrestri contro la minaccia di Vega e inglobato in un sistema fittizio che si ripete sempre uguale giorno dopo giorno, puntata dopo puntata, Actarus è un uomo fondamentalmente depresso e senza più stimoli: privo di donne (a parte la spregiudicata Venusia, che fa sesso con tutti ma non con lui) e di amici (a parte Alcor, che ragiona come un ciclostile aziendale e si preoccupa più della sua immagine che del rapporto personale con l'amico), circondato da colleghi asociali e assuefatti alla chat tata tatata, Actarus non vede alternative alla noia quotidiana dei combattimenti al di fuori della birra Peroni (che succhia perfino da un tubicino della tuta). Ma non tutto è come sembra. Al limite del mobbing, la sua depressione lo porta ad acquisire una speciale sensibilità per ciò che lo circonda. E inizia a sentire una musica soffusa che accompagna le sue azioni, una dissolvenza che chiude le sue giornate, occhi di bambino che lo osservano attraverso le finestre; prova a parlarne con Alcor, ma il dialogo è impossibile tanto con lui quanto con l'unico collega col quale riesce a volte a parlare, fra una chattata e l'altra. Ma con l'arrivo di Roberta, tutto cambia: la giovane anoressica pacifista lo porta a conoscere una nuova realtà, fatta di problemi sociali, di lunghi discorsi fra amici, di Beck's e di droghe leggere. Improvvisamente, combattere Vega non sembra più così importante: mettersi in gioco, riscoprirsi per rinnovarsi, fare nuovi colloqui per diventare Jeeg o vendere biscotti equosolidali, mettere da parte un po' di soldi e prendersi finalmente una vacanza, la prima dopo 30 anni, per tornare sulla sua stella natale Fleed. Nulla sembra certo in questo libro, tutto viene continuamente messo in discussione... fino alla fine! Snello e a volte discontinuo nella sintassi, intelligente e ironico nelle relazioni fra i personaggi, complessivamente divertente, è un libro fortemente consigliato a chi da bambino sognava di diventare pilota di robot e ora è impiegato d'azienda; scoprendo così che in fondo non ci sono poi tutte queste differenze.

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Memorie di un nano gnostico
David Madsen
Meridiano Zero (2006)
384 pagine, 9,00 euro
ISBN: 88-8237-131-X

Peppe ha molte delle sfortune che possono rendere la vita molto breve nella Trastevere di fine '400: è un nano, storpio, povero, nato dalla relazione fugace della madre venditrice di vino (e del proprio corpo) con un qualche energumeno dei sobborghi romani. Peppe odia sé stesso, la madre che non lo ama e la propria vita; ma dentro di lui arde qualcosa di speciale, il fuoco sacro della vita che alimenta ogni uomo e che pochi uomini sono in grado di scorgere da soli. Serve allora qualcuno che lo aiuti, una sorta di angelo che compaia nella sua vita e lo guidi verso una nuova consapevolezza della sua condizione di essere umano, a prescindere dall'ambiente in cui vive, miserevole o lussuoso che sia. L'amore della sua vita! La storia che il professor David Madsen dipana con il suo romanzo, è tanto solida quanto improbabile: il suo nano Peppe vivrà una serie di avventure che lo porteranno dal fango di Trastevere al velluto della corte papale, passando per la prigionia e la condizione di ricercato nientemeno che dalla Sacra Inquisizione. Politicamente scorretto, sferzante anche nella sintassi, Madsen è a tratti divertente ed erudito, sboccato e poetico, esagerato e inattaccabile. Sullo sfondo della rivoluzione luterana, fra personaggi del calibro di papa Leone X e Carlo V, Raffaello e Leonardo, un piccolo storpio sfortunato abbraccerà l'eresia dello gnosticismo e conoscerà l'amore, combatterà l'Inquisizione e alla fine, accetterà sé stesso per quello che è, tornando alle origini della propria esistenza con un doppio colpo di scena. Un libro consigliato soprattutto agli appassionati del genere storico.

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Gomorra
Roberto Saviano
Mondadori (2006)
331 pagine, 15,50 euro
ISBN: 978-88-04-55450-9

Chi non ha ancora sentito parlare di "Gomorra"? Un libro che, appena uscito, ha fatto tanto scalpore da richiedere la scorta armata per il suo autore, perché ha la pretesa (e credo ci riesca) di dire le cose come stanno, di raccontare i fatti, di gridare a tutti "Il re è nudo! Ed è armato e assetato di potere!". Roberto Saviano è nato nel 1979 a Napoli, dove vive e lavora: questo recita il risvolto di copertina e di questo parla il libro, di Napoli e dei napoletani, o meglio della quotidianità che una certa fetta di napoletani scelgono di vivere o sono costretti a subire. Non credo di poter dare molti contributi oltre alle molte parole già spese in passato per questo libro. Posso però provare a fare alcune piccole considerazionie personali. Innanzitutto una premessa, accostiamoci al libro con un atto di fede: "Crederò a quello che leggerò." Questo è necessario per un approccio oggettivo al libro, per non instaurare quella cultura del dubbio che tanto piace in Italia e che rende ciechi i sudditi al passare del loro sovrano svestito. Scordiamoci inoltre di poter leggere un libro di narrativa: questo è un reportage scritto da un giornalista e qui sta la sua forza. Il primo capitolo, va detto, per quanto interessante (molto interessante!) sembra un primo timido tentativo di impostare tutto in chiave narrativa; ma Saviano mi risulta essere giornalista, non scrittore , e per nostra fortuna il resto del libro prende proprio un taglio puramente giornalistico, sebbene contaminato dal trasporto di descrizioni in prima persona e di considerazioni personali. Questo libro mi ha fatto rivalutare alcune certezze. Innanzitutto, la convinzione che nel mondo criminale al di sopra di Cosa Nostra non ci potesse essere nulla: convinzione certamente alimentata da miti e cinematografie di successo. Ma (io credo a quello che leggo) scopro invece tutta la potenza di una organizzazione, la Camorra, capace di una efficienza commerciale e militare assolutamente stupefacente, seconda a nessuno. Cade così anche il mito squisitamente nordico e razzista dei meridionali mantenuti dallo Stato perché privi della voglia di lavorare: Gomorra infatti descrive chiaramente la disperazione delle famiglie senza lavoro, manovalanza di facile reclutamento per i clan criminali, ma è anche e soprattutto una cronaca di straordinari successi imprenditoriali, di persone energiche, motivate, capaci di fondare imperi commerciali internazionali con fatturati di svariati milioni di euro. Ci sono momenti durante la lettura in cui emerge quasi (non me ne vergogno) una sorta di ammirazione per questi uomini, la cui voglia di riscatto li ha portati al successo, al vero successo, alla ricchezza e a una parvenza di benessere, grazie ad un puro sistema meritocratico. Ma... giri pagina e subito rammenti che si parla di Camorra! Che questi imperi commerciali trovano fondamento sullo spaccio di droga, sul traffico internazionale di armi, sul mercato nero cinese e sul sangue, sugli omicidi, sulle vendette. Allora ti chiedi se queste stesse persone avrebbero potuto fare altrettanto restando nella legalità e le domande iniziano ad accavallarsi nella mente una sull'altra a grandissima velocità. Testa e croce, ogni moneta ha sempre due facce, ma le monete presenti in Gomorra sono sempre intrise di sangue. Che si parli di Napoli o di Caserta, dei Quartieri Spagnoli o di Mondragone, di Secondigliano o di Casal di Principe, ogni impero ed ogni successiva attività (apparentemente) legale da esso scaturito, trova le sue fondamenta in paludi di sangue. Ecco che allora nel percorrere la Roma-Napoli, scruto con inquietante e morbosa curiosità le terre famose per la mozzarella di bufala, attraversando Napoli non manco di notare i container del porto, e per la prima volta forse mi sento quasi felice di apparire visibilmente un turista, uno straniero che presto se ne andrà. Si, perché come dice una mia amica napoletana (la stessa che mi ha regalato il libro e che ringrazio!) "Se ami Napoli, non venire a viverci!". Ma prima di andarmene, passo per Agnano e sento odore di zolfo: tutto il napoletano è scavato da acque termali sotterranee, ma lì i vapori della solfatara hanno fuso il cemento al di sotto del tornante e un vapore che odora di uovo marcio fuoriesce da bordi slabbrati e giallognoli. E' aria sana, dicono, nonostante l'afrore, nonostante l'aspetto malato e la temperatura infernale, capace di sciogliere la strada. Ho la sensazione che questa immagine sia una buona metafora di quanto emerge da questo libro, come se nonostante tutto il marcio che vi è descritto, resti alla fine la sensazione subliminale del positivo rifiuto dell'autore di credere che nulla possa cambiare, che qualcosa si possa sempre fare per cercare di perseguire un futuro migliore. Forse (non lo so) questo libro è anche, nel suo piccolo, un tentativo in questo senso.

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La fattoria degli animali
George Orwell
Mondadori
124 pagine, 6,80 euro
ISBN: 88-044-92-52X

Eric Arthur Blair, meglio conosciuto con lo pseudonimo di George Orwell, è stato uno di quei personaggi girovaghi e avventurieri che hanno popolato il diciannovesimo e i primi decenni del ventesimo secolo e che nei suoi libri ha riversato esperienze, idee politiche e visioni sfrenate. Dall'India all'Inghilterra, dalla Francia alla Spagna, il giovane Orwell viaggia e lavora, lotta (con la vita, le idee politiche, la malattia) e scrive. La Fattoria degli Animali è certamente uno dei suoi libri più famosi e discussi; racconta di una fattoria in cui gli animali prendono il potere ed iniziano ad autogestirsi. Un utopico vento di uguaglianza e autonomia dal fattore umano inizia a spirare in tutta la Contea, ma presto le diversità fra gli animali iniziano ad emergere, creando una sorta di stratificazione sociale dove i più intelligenti maiali non hanno difficoltà ad ergersi al potere dei meno furbi cavalli, cani, pecore, mucche, eccetera. In un alternarsi di minacce esterne ed interne, di attacchi del fattore che mira a riprendere possesso della fattoria e di delatori che cercano di soverchiare il sistema costituito, l'autogestione della fattoria prosegue ed esce da ogni crisi sempra più rafforzata, sempre più abile a nascondere le molte problematiche interne alle altre fattorie della Contea. Ideato nel 1937 e scritto nel 1943, questo romanzo di accusa verso il sistema Stalinista della Russia sovietica venne pubblicato solo a guerra finita; ed è molto interessante leggere le accuse che lo stesso Orwell mosse agli intellettuali inglesi che, anziché difendere la libertà di stampa con (cito) il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire, avevano (cito) coltivato una specie di lealtà nazionalistica verso l'URSS che impediva loro un'analisi oggettiva della realtà storica di quegli anni. Orwell comunque, nelle sue analisi critiche trasmette il lucido disincanto dell'amante ancora innamorato, essendo uno scrittore inglese che ha vissuto la causa del comunismo spagnolo, costretto di nuovo in patria solo dalla ferita di un cecchino franchista. La Fattoria degli Animali è un libro snello nel formato e nello stile, la cui attualità trascende il contesto storico e geopolitico sul quale si basa, che a mio giudizio dovrebbe essere letto da ogni studente nell'affrontare certe tematiche di libertà civili e propaganda. Un libro che si può sintetizzare con due frasi; la prima (richiamata dallo stesso Orwell) di Voltaire "Detesto ciò che dici; ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo" e la seconda, contenuta nel libro

TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI
MA ALCUNI ANIMALI SONO PIU' EGUALI DEGLI ALTRI

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New York 1920 - Il primo attentato a Wall Street
Laura Costantini e Loredana Falcone
Maprosti & Lisanti Editore (2007)
344 pagine, 15 euro
ISBN: 88-89679-04-2

E' un libro un po' strano quello di cui mi accingo a parlare; superficialmente, trattasi di un romanzo d'amore piuttosto veloce e piacevole da leggere, ma (vuoi certamente per i miei molti condizionamenti e le peculiarità mie proprie, che mi condizionano inevitabilmente anche come lettore) mi ha lasciato delle perplessità che ne hanno un po' ritardato questa recensione. Perplessità che ora voglio provare a sviscerare. Innanzitutto, i libro si presenta strano già nell'edizione: un formato 17x24 non è esattamente entro gli standard canonici, una scelta editoriale decisamente coraggiosa in un mercato già difficile, che preferisci i tascabili alle belle edizioni brossurate. E' comunque un prodotto curato, molto carino il segnalibro che richiama la copertina e venali i pochi refusi trovati: un libro che si espone con piacere nella propria libreria. Il libro è poi strano anche nel titolo: "New York 1920 - Il primo attentato a Wall Street" risulta in parte fuorviante. Lungi da me voler ora anticipare qualcosa del finale di questo romanzo, ma va detto che chi si aspetta una storia incentrata sul fatto storico ivi citato (come una ricostruzione dettagliata, con i retroscena, eccetera), ne resterà deluso. Strano inoltre per l'episodio di apertura: il primo capitolo infatti descrive il crollo delle Twin Towers dell'ormai famigerato attentato dell'11 settembre. A lungo mi son chiesto cosa c'entrasse questo episodio con il resto del libro: alla fine direi nulla, se non come incipit per introdurre la vicenda. Un incipit per altro inconsistente ai fini della trama, che avrebbe potuto tranquillamente iniziare subito da Napoli, a meno che mostrarci un Eugenio anziano col nipote (a parte bruciare la suspence successiva, anticipandoci che in ogni caso egli sopravviverà!) non sia preludio di una trilogia circolare, di cui questo rappresenta il primo libro e dove alla fine del terzo troveremo nuovamente i due fra le macerie delle Torri Gemelle. Ho parlato di "autrici" perché "New York 1920" è un romanzo incentrato su due donne e scritto da due donne. Laura Costantini e Loredana Falcone, rispettivamente giornalista single e casalinga felicemente sposata nonché madre di due figli, sono amiche di lunga data, donne forse agli antipodi come stile di vita (ripeto: forse!) ma legate dalla stessa passione viscerale per la narrativa. Ma veniamo alla vicenda: Cecilia e Eugenio sono due fratelli poveri e felici, che vivono la loro condizione di miseria nei sobborghi di una Napoli sopravvissuta agli orrori della Prima Guerra Mondiale, senza realmente rendersi conto della ricchezza che li caratterizza. Illusi, come molti compaesani, dalle false promesse di una terra lontana, gli Stati Uniti ove tutto è possibile, decidono di indebitarsi per affrontare il lungo viaggio nella nave della speranza. Qui inizieranno a lavorare per pagare il loro debito e a fare le prime conoscenze con un mondo nuovo, una nuova lingua e, nonostante la grossa presenza di compaesani, una quotidianità alla quale non sono certo abituati. Troveranno entrambi l'amore, vivranno entrambi avventure di violenza e passione, dove sesso e sentimenti, lacrime e promesse, vendette e bugie, inseguimenti e sparatorie faranno la loro parte secondo un compione classicamente rodato e ben inscenato dalle due autrici, per arrivare alla fine del viaggio a capire che per essere speciali non serviva arrivare fino in America, che lo erano anche nei sobborghi di Napoli. Ma certo, speciali con un buon tetto sulla testa e molti soldi in tasca è decisamente meglio! Un copione ben sviluppato anche se non particolarmente originale, dicevo, almeno nella sua essenza; o forse, non particolarmente coraggioso in alcuni passaggi chiave. Ne ricordo in particolare uno (che per ovvie ragioni non posso descrivere) in cui il personaggio sembrava destinato a volare verso la sua fine, in un'apoteosi così intensamente tragica che avrebbe certamente segnato la memoria del lettore e la seconda metà del libro: così non è stato e in seguito resterà sempre quella sensazione che alla fine, ogni guaio si andrà a risolvere se non per il meglio, almeno col minore dei mali. Che sia questo un aspetto insito nel background culturale e creativo delle autrici, o col fatto stesso di essere donne (vorrei aggiungere "e quindi romantiche")? A questo non so rispondere, anche se a mia discutibilissima opinione e sensibilità tutto il romanzo è permeato di femminilità: nel pensiero dei personaggi, nel loro agire, nelle interrelazioni. Anche quando le vicende narrate mettono in scena personaggi maschili, siano essi rudi o sensibili, la centralità della visione femminile della storia e dei due personaggi femminili (Cecilia e Lisbeth, la sua datrice di lavoro) non viene mai meno. Non trovo che ciò sia necessariamente criticabile, nonostante le molte, moltissime scene di sesso, semplicemente per quanto detto in apertura il primo approccio al libro potrebbe risultare fuorviante e quindi creare false aspettative. Pertanto, se non per l'originalità nella risoluzione dei conflitti di trama (che tipicamente si dividono in 2 scelte fondamentali: finiscono bene o finiscono male), il punto di forza del libro è da ricercare altrove: nella ricostruzione delle ambientazioni e delle atmosfere, nello stile scorrevole (molto carina anche l'idea di far parlare quasi sempre in napoletano i due fratelli) e nel desiderio del lettore, laddove egli ricerchi una lettura piacevole, di svago. Resta infatti un libro ben scritto e poco impegnativo, una storia di grandi amori e grandi passioni che alla fine sembrano davvero prevalere sempre e su tutto, come solo nelle storie di fantasia succede. Chiudo con l'invito per tutti a leggerlo e postare qui le vostre opinioni.

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Flatlandia
Edwin A. Abbott
Adelphi Edizioni (2006)
151 pagine, 7 euro
ISBN: 88-459-0982-4

Correva l'anno 1882 quando il reverendo Edwin Abbott Abbott pubblicava questo straordinario romanzo dal titolo "Flatlandia - racconto fantastico a più dimensioni". FlatlandiaIl reverendo Abbot fu un uomo di grande cultura, per ben 24 anni rettore della City of London School nonché autore di oltre 40 libri fra manuali scolastici e saggi di varia natura (soprattutto teologici). Per questa ragione non sorprende che un libercolo come Flatlandia, un divertissement potremmo dire, sia uscito inedito. Il libro è davvero sorprendente, se letto con curiosità e spirito critico e se comparato nel contesto storico-culturale nel quale è stato scritto. Narra la storia di un quadrato che vive nel suo mondo a 2 dimensioni, abitato da altre figure geometriche a 2 dimensioni che (proprio a causa del piano nel quale vivono) appaiono sempre come linee e lo "struscio" diviene per loro il modo più rapido (e rozzo) di riconoscersi. In Flatlandia infatti la scala sociale è data dal numero di angoli che compongono una persona. Al gradino più basso ci sono le donne, semplici linee costrette a ondeggiare per farsi riconoscere: pur nella loro semplicità di pensiero, risultano però letali in quando frontalmente svaniscono e possono pungere con la loro forma longilinea. Seguono soldati e operai, semplici triangoli isosceli molto appuntiti, per poi passare alle classi commerciali e borghesi dei quadrati, esagoni e così via, fino arrivare ai cerchi, i sacerdoti signori e padroni di Flatlandia. Superata la prima parte del libro, che potrebbe risultare un po' noiosa con le sue prolisse descrizioni della società Flatlandese (noia che si dissolve se con l'occhio della mente si raffronta il testo con le analisi sociali di quel periodo -ma anche del nostro periodo- storico) inizia il vero e proprio viaggio di questo Quadrato felice di vivere nelle sue 2 dimensioni e incapace di concepirne una terza. Il lettore verrà sbalzato prima in un mondo unidimensionale, dove gli abitanti vivono allineati lungo una riga e sono incapaci di credere all'esistenza di una seconda dimensione, e quindi farà l'incontro di una sfera, essere quasi divino che accompagnerà il quadrato alla scoperta della terza dimensione con il bellissimo motto "verso l'Alto, non verso il Nord!". Lungo questo percorso, il reverendo Abbott accompagna il lettore a riflettere sulla possibile esistenza di una quarta dimensione, se non addirittura di una quinta, sesta, settima, eccetera! Il processo è tanto semplice da spiegare, comparando un percorso come quello svolto dal nostro protagonista quadrato, quanto difficile da visualizzare per una mente umana abituata a vivere nelle 3 dimensioni canoniche. Eppure alla fine di questo viaggio, resta la sensazione che tutto sia possibile, che basta un gesto del volere per riuscirci; e diventa chiaro anche come possa essere stato proprio un reverendo a scrivere un testo simile, laddove nella multidimesionalità si arrivi a ricomprendere anche la Fede, oltre al Tempo o ad altro parametro fisico convenzionale. Verso l'Alto, non verso il Nord! In questo, l'Autore è stato straordinario, soprattutto se pensiamo essere stato scritto alla fine del diciannovesimo secolo. Chiudo citando la dedica che il protagonista fa alla fine del suo viaggio, ma che nulla svela se non il piacevole invito a leggere questo libricino con mente aperta e spirito critico: "[...] continuo a esistere nella speranza che queste mie memorie [...] possano suscitare una razza di ribelli che si rifiutino di essere confinati in una Dimensionalità limitata."

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Il costruttore di biciclette
Maurizio Cometto
Edizioni 'Il Foglio' (2006)
160 pagine, 10 euro
ISBN: 88-7606-099-5

Nera magia e oscuro disincanto: questo quanto si percepisce nel leggere Il Costruttore di Biciclette di Maurizio Cometto (Edizioni Il Foglio). Una storia semplice ma originale, proprio come lo stile con cui è scritta. Piacevole da leggere, veloce nel ritmo e ammaliante nei contenuti, questa fiaba noir colpisce per la solidità di ambienti e personaggi, ma soprattutto per l'idea di fondo. Una presenza esoterica si fa largo a oscurare (letteramente) le esistenze semplici ma felici delle famiglie di un borgo tanto simile ad una qualunque provincia del nord Italia. Ma cos'è quella nebbia che sale coprendo tutto, e i topi e le talpe che in essa si muovono? Solo maligne creature della notte o metafora del lato oscuro presente in ciascuno di noi? Il lettore può decidere per sé come interpretare questa bella fiaba, di cui non svelo il finale; ma resta la sensazione che anche gli eventi più terribili, anche le paure più profonde (ben descritte per il tramite di eventi naturali, simbologie semplici e chiare per tutti) possono svanire se osservate con gli occhi ancora ingenui e disincantati dei ragazzini protagonisti del libro. Soltanto loro, infatti, possono riuscire laddove gli adulti risultano impotenti.

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